il pititto del commissario Montalbano

Oggi si conclude la serie di incontri dedicati al cibo nei romanzi “Che sapore ha una storia?” con un appuntamento dedicato alla saga del commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Riassunto delle puntate precedenti: siamo partiti con la letteratura italiana e per noi “locale” di Mario Rigoni Stern, abbiamo viaggiato verso le atmosfere più intime e magiche del villaggio francese descritto da Johanne Harris in Chocolat, abbiamo volato verso gli Stati Uniti e percorso il viaggio coast to coast di Jack Kerouac in On the road, e ora torniamo alla letteratura italiana, nella bella Sicilia questa volta, per scoprire come il cibo possa essere un elemento di incontro e condivisione per gli uomini.

Nei libri di Camilleri il cibo è un elemento primario della narrazione: una delle caratteristiche principali del protagonista è il suo feroce pititto, un appetito costante, che cerca rimedio nel buon cibo della cucina siciliana più autentica. La descrizione delle abitudini alimentari dei detective in realtà è frequente nei romanzi gialli, altri celebri investigatori come Maigret, Nero Wolfe e Pepe Carvalho sono descritti in relazione al cibo, ognuno con la sua personale posizione al riguardo. Di Montalbano potremmo dire che è in assoluto il più verace, i suoi gusti non sono sofisticati ma istintivi, legati fortemente alla sua terra, a ricordi d’infanzia, a sensazioni a pelle o meglio di pancia. Il commissario comunque non cucina mai (non ne avrebbe nemmeno il tempo) per questo i capisaldi per i suoi pasti sono due, la cammarera Adelina che si occupa della sua casa a Marinella, e la trattoria San Calogero a Vigàta. I piatti che Adelina prepara per il commissario vengono descritti come delle autentiche squisitezze, custodite in forno o lasciate in frigorifero. Le ricette sono varie e spesso nei diversi romanzi si ripetono (la caponatina, la pasta fredda con vasilicò e passuluna, la pasta ‘ncasciata o con le sarde), in una continuità narrativa che è il simbolo materiale di un rituale che si ripete giorno dopo giorno, ed episodio dopo episodio.

“Appena aperto il frigorifero, la vide. La caponatina! Sciavuròsa, colorita, abbondante, riempiva un piatto funnùto, una porzione per almeno quattro pirsone. Erano mesi che la cammarera Adelina non gliela faceva trovare. Il pane, nel sacco di plastica, era fresco, accattato nella matinata. Naturali, spontanee, gli acchianarono in bocca le note della marcia trionfale dell’Aida. Canticchiandole, raprì la porta-finestra dopo avere addrumato la luce della verandina. Sì. la notte era frisca, ma avrebbe consentito la mangiata all’aperto. Conzò il tavolinetto, portò fora il piatto, il vino, il pane e s’assittò.” (La gita a Tindari, cit. p. 219)

Per Montalbano il cibo è esperienza mistica, è musica, è poesia, richiede totale attenzione e concentrazione (mangiando non si deve parlare), mangiare è una necessità da soddisfare con il massimo piacere, con tutto il tempo e la calma che richiede: “..mangiare di prescia non era mangiare, massimo massimo era nutrirsi.” (Il giro di boa, cit. p. 219)

Nei romanzi di Camilleri il cibo rappresenta insieme alla lingua, un dialetto che mano a mano diventa familiare, il forte legame dell’uomo (il protagonista e insieme l’autore) con il territorio. Un cibo così vero e un rapporto con il cibo così verosimile sono elementi che contribuiscono al coinvolgimento del lettore e alla sua totale immersione nella storia: è come essere seduti nella verandina della casa di Marinella mentre il commissario si prepara a mangiare la caponatina…quasi ne possiamo sentire il profumo.

che sapore ha una storia 26 aprile

Per questo incontro è stato interessante leggere il libro di Stefania Campo “I segreti della tavola di Montalbano” dove il ruolo del cibo nei romanzi di Camilleri viene sviscerato in moltissimi dei suoi aspetti. In più ci sono anche molte ricette, lo consiglio agli appassionati!

cibo in viaggio (senza glutine of course): Berlino

Di solito la prima cosa che faccio quando organizzo un viaggio è cercare informazioni sul panorama del cibo senza glutine in zona. Tutto il resto si può improvvisare, ma avere un’idea chiara dei posti in cui è possibile trovare cose buone da assaggiare o sfamarsi in caso di necessità è fondamentale e deve essere pianificata – se siete celiaci mi capirete al volo! Soprattutto se si tratta di una grande città, soprattutto se siamo all’estero. Allora la mia pianificazione si svolge così: cerco su diversi siti e blog dedicati al senza glutine, faccio una lista dei posti consigliati e poi li segno su una mappa – google maps I love you – così quando poi mi ritrovo sul posto posso capire se c’è un locale nelle vicinanze. Se c’è molta scelta, e succede raramente, stabilisco anche una gerarchia delle etichette per ricordarmi dei posti che vale la pena di provare e quelli che invece vanno bene al massimo per emergenze e improvvisi cali di zuccheri.

L’ultimo viaggio è stato una toccata e fuga di tre giorni a Berlino, io e mia mamma all’avventura. Con piacere ho scoperto che, a parte i locali “da turisti” dove servono cibo tradizionale (come la catena Augustiner), o comunque carne (la catena Maredo) e dove abbiamo mangiato abbondantemente – porzioni enormi – e in sicurezza, c’è anche qualche posto in stile contemporaneo vegan-raw-paleo che ha molta scelta anche per celiaci (yay!). The Bowl in zona Friedrichshain: ci abbiamo cenato due volte perché era tutto invitante e il locale carino. La scelta era fra diversi tipi di insalate molto ricche e particolari, frullati e specialità raw-vegan, TUTTO assolutamente senza glutine. Il secondo posto era più simile ad una caffetteria, all’interno del centro commerciale Bikini Berlin (un posto interessante tra l’altro) Funk You ha una discreta scelta di dolci glutenfree, vegan, raw e senza zuccheri raffinati, per non parlare di estratti e frullati. Qui abbiamo fatto merenda (nonostante i würstel giganti che ci siamo sbafate a pranzo, burp), io ho preso un caffè americano e una torta ai frutti di bosco. Mamma un espresso (buono) e una mattonella con frutta secca e cioccolato fondente. Il locale, quasi uno stand, si trova al piano terra del centro commerciale proprio nella zona centrale di passaggio, ma è stranamente confortevole, le sedute sono carine e una gigantesca vetrata apre la visuale sullo zoo che è proprio lì di fianco. Il tutto è circondato dalle immancabili piante esotiche in vaso, le palme fashion del momento (le avete notate? sono ovunque). Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di visitare la Jute Backerei e la pasticceria Bio Eis Voh, perché erano troppo fuori dai nostri itinerari; sarà per la prossima volta.

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La torta di carote

Ieri il cielo era di un grigio…la pioggia ha iniziato cadere verso le 10 del mattino e non ha più smesso fino a sera. Anche stanotte ho continuato a sentirne il rumore attraverso le finestre, le gocce picchiettare contro le persiane chiuse. Ieri l’aria aveva un odore nuovo, carico di terra umida e di muschio, è un odore vivo, che riempie i polmoni e inebria la testa. Non pioveva da molte settimane, a parte la poca neve di gennaio.

“È stata la terra a chiamare l’acqua.” Lo zio ha detto così, che è una buona cosa, che ci voleva.

L’umore tra di noi in casa però non era dei migliori, un intero weekend rovinato dalla pioggia! “Saremmo potuti andare…avremmo potuto fare…” (si dice sempre così, e chissà poi se è vero). La zia non ha potuto fare a meno di notare i nostri musi lunghi, ed è stato allora che ha detto con aria divertita: “Dovete preparare una torta di carote!”

Nel weekend di solito prepariamo sempre qualche dolce da mangiare tutti insieme, oppure per soddisfare la golosità di chi ci passa a trovare chiedendo “avete qualcosa di buono?”. Ogni tanto la zia manda lo zio in pasticceria a prendere dei biscotti, ma è più raro. Ho pensato alla torta di carote, poco tempo prima avevo visto una ricetta in uno dei miei libri, avrei potuto provarla.

“Perché una torta di carote?” ha chiesto Nino, e con una smorfia diffidente: “a me non è che ispiri un granché”.

“Serve a risollevare lo spirito nei giorni di pioggia. La faceva sempre la mia nonna…diceva che la torta di carote è dorata come il sole e profumata come un mazzetto di fiori di campo…” il viso della zia si illumina nella dolcezza del ricordo. “Vedrete, è come una magia!”

“E non hai la sua ricetta?”

“Credo proprio di no…ma una di quelle che ci sono nei vostri libri andrà più che bene.”

“Allora proviamo!” ho detto io.

E Nino, uscendo dalla cucina: “Vado a prendere le uova”.

Più tardi, nella semi oscurità della cucina, io e Nino ci sediamo a tavola con una fetta a testa di torta di carote. È solo pomeriggio ma sembra quasi notte, il cielo sempre più buio e la pioggia incessante. La vedo scintillante cadere a scrosci dietro alla figura di Nino, le sue spalle contro la finestra.

“Allora la assaggiamo?” dà un morso alla sua fetta “mah, io mi sento come prima…però è buona.”

Assaggio anche io la mia e guardando Nino per un istante mi sembra di vedere una luce dorata sul suo viso. Mi sorride.

“Sì, è davvero buona”.

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Che sapore ha una storia?

Ormai ci siamo, è il momento di parlare del progetto che ha preso forma negli ultimi mesi in collaborazione con la biblioteca di Valdagno: che sapore ha una storia? Siamo davvero felici che questa idea si stia finalmente concretizzando…ci pensavamo da tempo, da quando abbiamo sperimentato il nostro primo restaurant day nel 2015. La domanda di partenza era: vi siete mai chiesti che sapore ha una storia? Da questo semplice spunto, un volo di fantasia nato in cucina, si è aperto un mondo…moltissimi romanzi contengono riferimenti al cibo che non sono sempre evidenti o di fondamentale importanza per la storia (non tutti i biscotti menzionati nei libri sono come la madeleine di Proust!), ma secondo noi era interessante provare a individuare la loro presenza e soprattutto provare a trasformare il cibo dei romanzi in cibo da assaggiare. Rintracciare il cibo nei racconti dà anche la possibilità di rileggerli con occhi nuovi e con uno spirito diverso, più attenti alla percezione di odori e sapori. Da qui l’idea di organizzare degli incontri in biblioteca durante i quali gustare alcune storie insieme ai sapori da noi “estratti” e realizzati. L’interpretazione non può che essere personale e soggettiva, ma è proprio per questo che sarà interessante avere altre persone con le quali confrontarsi in questo nostro esercizio di lettura non convenzionale.

Ci troveremo quindi ogni ultimo mercoledì del mese, ogni volta con un autore o un romanzo differente e con un tema emerso dalla nostra rilettura in chiave gustativa. Il primo appuntamento mercoledì 25 gennaio sarà dedicato a Mario Rigoni Stern e alla memoria dei sapori semplici delle sue montagne. In un momento come questo, in cui il fenomeno del “food” ha raggiunto forme e dimensioni a tratti spaventose, vogliamo dare un’occhiata ad un’altra dimensione del cibo, che oggi non ci appartiene più e che probabilmente riusciamo solo a immaginare. Il cibo nei romanzi di Rigoni Stern è molto presente come elemento del quotidiano, legato principalmente alla necessità di nutrirsi e sopravvivere, ma non mancano anche altre sfumature legate alla convivialità e alla festa…Siete curiosi? Non ci resta che assaggiare.

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L’estate di San Martino

Qui dalle nostre parti “fare San Martino” significa traslocare. In tempi non troppo lontani infatti l’11 novembre segnava la fine dell’anno agricolo e il rinnovo dei contratti dei contadini…la tradizione popolare racconta che assieme alle prime gelate in questo periodo si avevano belle giornate relativamente calde, forse una specie di benedizione per chi si doveva spostare? qualcuno la racconta così. Ecco questa è l’estate di San Martino. Come sempre tradizioni pagane e cristiane sono strettamente intrecciate…la leggenda tramandata nella cultura popolare racconta che Martino di Tours, poi divenuto Santo, per la strada durante un acquazzone vide un mendicante infreddolito, e mosso a compassione tagliò con la sua spada il mantello che indossava per regalarne metà all’uomo. Più avanti lungo la strada trovò un altro mendicante e ragalò a lui la seconda metà del mantello: subito dopo la pioggia cessò e uscì il sole.

A Venezia la tradizione vuole che i bambini scendano per le calli a “battere il San Martin”, con pentole e coperchi e cantando la filastrocca della festa passino di casa in casa ricevendo caramelle e dolcetti (l’halloween nostrano!). Non so quanto sia recente l’usanza di mangiare il san martino, questo biscottone con la forma di un uomo a cavallo, tutto decorato con glassa di zucchero, cioccolato e caramelle di tutti i tipi…ma è molto bello e le vetrine delle pasticcerie in questo periodo dell’anno si riempiono di san martini di tutte le dimensioni e di tutti i colori. Nel periodo in cui ho studiato a Venezia ho conosciuto questa usanza…ma ho potuto assaggiare solo una volta il san martino perché nessuna pasticceria lo faceva senza glutine!

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Allora perché non provare a farlo in casa? Soprattutto ora che a Venezia non ci vivo più, mi sembra un’ottima occasione! Il biscotto è una semplice pasta frolla come la facciamo sempre, e per le decorazioni basta dare libero sfogo alla fantasia…qui ci sono confetti, glassa di zucchero, cioccolato e frutta secca. La cosa più bella è stata il divertimento di fare tutto in casa da zero: disegnare la forma e trasferirla sulla pasta frolla, e il giorno dopo inventare la decorazione…il risultato è troppo carino! Stasera lo condivideremo con i più piccoli in famiglia, e speriamo che sia un divertimento anche per loro, qualcosa di nuovo da assaggiare e da giocare. Per noi lo è sicuramente…queste tradizioni ci affascinano anche perchè aiutano a capire e ricordare tante cose legate alla nostra cultura, al territorio, alle nostre radici; e allo stesso tempo ad aprire gli occhi verso culture altre, vicine e non, trovando similitudini, differenze e tanta ricchezza.

crostatine di Virginia Woolf #incontridistorie

Oggi siamo stati nel lab dei nostri cari amici di Facciamoche -creazioni che raccontano- per un altro esperimento narrativo della serie “incontri di storie” (vi ricordate i piccoli piaceri della vita di Amélie Poulain?). Il nostro personaggio di oggi è un’altra grande donna: Virginia Woolf, autrice inglese di grandi romanzi che hanno fatto la storia della letteratura del XX secolo, come Mrs. Dalloway Una gita al faro. Ma molti non sanno che Virginia è stata anche una saggista e un’attivista nell’ambito della lotta per la parità dei diritti fra uomo e donna (Go Virginia!). La sua casa di campagna, Monk’s House, fu il suo rifugio per la scrittura e a guardare le foto (raccolte in un bellissimo volume, Il Giardino di Virginia Woolf, edito in Italia da Ippocampo) si riesce quasi a immaginarla mentre passeggia tra i fiori, mentre si siede allo scrittoio con la mente piena di immagini da riportare su fogli di carta ordinati, vasi di fiori e libri ovunque nella stanza…Il cibo che abbiamo associato a questo personaggio molto romantico (e tormentato) è un dolce semplice, che richiama la natura, la vita in campagna e i picnic all’aperto: delle crostatine farcite con una marmellata di susine e more preparata alla fine dell’estate. A Virginia sarebbero piaciute sicuramente, le avrebbe mangiucchiate al rientro dalle sue passeggiate, con una buona tazza di tè, davanti al camino acceso…e poi avrebbe scritto, per tutto il resto del pomeriggio.

“Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è mangiato bene”, siamo assolutamente d’accordo Virginia!

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le cose che abbiamo in comune

L’estate nell’orto è un periodo non stop, tutto quello che hai immaginato di gustare quando era appena primavera cresce in fretta, spesso più di quanto si riesca a gestire. E’ un tripudio di abbondanza, con cui non è così facile fare i conti, se non si vuole buttare la metà di quello che c’è a disposizione. I due ortaggi paradigmatici di questa abbondanza sono zucchine e pomodori…e noi amiamo entrambi, anche se probabilmente i secondi sono i più facili da conservare, in conserva appunto. La tradizione della conserva di pomodoro fatta in casa è qualcosa di mistico e probabilmente è una delle cose che unisce davvero l’Italia da cima a fondo: si fa in agosto, possibilmente in una giornata piovosa (che non succede mai) qui da noi sulla stufa a legna, con il coinvolgimento di tutta la famiglia, perché per mescolare continuamente bisogna darsi il cambio. Si comincia selezionando i pomodori, si lavano e si tagliano togliendo le parti dure ed eventualmente i semi, si inizia a farli bollire in diverse pentole, poi si passano allo spremipomodori due/tre volte e si continua a far bollire finché non raggiungono LA consistenza. Infine si invasa il tutto nei vasetti roventi, continuando a mescolare sulla stufa, la bocca dell’inferno a 2000 gradi. Dopo quelle 7/8 ore di lavoro il risultato è una delizia, e ne vale davvero la pena.
Stufa a legna
Ma i pomodori non sono tutti uguali, e allora cosa fare con i dolcissimi datterini che iniziano già a cadere dalle piante tanto sono maturi? Bellissime insalate, pasta fredda e quant’altro non sono sufficienti: di solito li secchiamo, specialmente i ciliegini che hanno la buccia un po’ più spessa. Ma quest’anno proviamo anche a conservarli sotto acqua e sale, poi vi faremo sapere come sono.
datterini

l’orto lento

Buongiorno! Oggi finalmente parliamo un po’ dell’orto, questo piccolo angolo di paradiso che da un mese a questa parte ha iniziato a ripopolarsi di piantine…con molta calma. Complice anche una primavera non caldissima (e qui ancora meno), molti dei semi che abbiamo piantato nei vasetti e messo in serra non ha germinato oppure non ha resistito agli sbalzi di temperatura. Tra questi anche la lavanda in cui speravamo tanto, la borragine e gli amati “fiori dello chef” con cui sognavamo già di ricoprire qualsiasi piatto! Stamattina però una bella novità, piccola piccola vediamo la prima zucchina (e d’altra parte le piante di zucchine sopravvivono più o meno a qualsiasi cosa, o almeno da noi è così) manca quindi poco al primo risotto della stagione…non vediamo l’ora!

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E poi la nostra star dorata, il mais Marano, figlio di quello che abbiamo piantato l’anno scorso, ha buttato le prime foglioline. Questo segna davvero l’inizio di una nuova stagione, anche per i nostri lievitati. Da qualche tempo infatti stiamo cercando di utilizzare sempre di più le farine “pure” e di ridurre l’uso degli amidi che si trovano nelle miscele di farine senza glutine in quantità enormi. Iniziare a macinare il nostro mais ci ha dato una grossa spinta in questa direzione: il riso lo compriamo ovviamente, ma lo maciniamo sempre noi. E poi quest’anno abbiamo piantato anche i ceci, per ottenere anche da questi un’ottima farina senza glutine a km zero.

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Con lentezza prende vita anche il nostro orto, e speriamo che sia un buon auspicio per questa stagione: abbiamo condotto parecchi esperimenti, seminato e piantato varietà orticole nuove e anche un paio di nuovi alberi da frutto. Presto vi parleremo anche di loro!

della costanza e del grano saraceno

“Scostante! Avrebbe buone capacità ma…non si applica!”. Questo è il tipo di cose che gli insegnanti dicono quando gli studenti non fanno i compiti a casa, ed è il tipo di cose la voce della mia coscienza mi mette in testa ogni tanto. In giorni come questi, ad esempio, in cui non solo è stato difficile ritagliarsi del tempo in cucina per fare qualcosa di nuovo, ma è stato ancora più difficile fermarsi un attimo e mettere giù due pensieri per il blog. Anche perché, sebbene siamo in due ad occuparci di orto e cucina, chi ha il compito e il piacere di scrivere sono io soltanto (ce la posso fare!).

Se siete blogger non professionisti, so che capirete. Ma ora passiamo ai fatti: l’ingrediente principe in cucina questa settimana è il grano saraceno. In realtà lo usiamo quasi sempre, soprattutto per fare il pane, perché in moderata quantità arricchisce l’impasto di un aroma un po’ “selvatico”, direi rustico, ecco, così come il colore. Questo è un pane fatto con lievito madre, metà della solita miscela di farine e metà grano saraceno, più qualche semino di sesamo.

pane grano saraceno

Che non si tratta in realtà di un grano, ma del seme di un’erbacea lo saprete certamente, come molti degli pseudo-cereali che compongono la dieta senza glutine (quinoa e amaranto ad esempio). Oltre al pane l’utilizzo ideale del grano saraceno è nelle frolle, soprattutto nelle crostate di frutta, perché il suo sapore aromatico si sposa bene con quello acidulo di una marmellata. Questa volta avevamo per le mani una busta di frutti di bosco surgelati, che andavano assolutamente consumati. Dato che non erano esattamente dolcissimi, abbiamo deciso di farne marmellata, e questa è la storia della crostata di frutti di bosco. Ma, attenzione! colpo di scena: non c’è burro in frigorifero, è sera, tutto chiuso. Ricerca folle in rete di una ricetta di pasta frolla senza burro (perché nei nostri libri di Igino Massari è impensabile, eresia!). Ovviamente ce ne sono di diverse, ma alla fine facciamo come sempre nei momenti di crisi, ovvero a sentimento. E niente, era buona, non si sbriciolava e il sapore dell’olio gradevole tutto sommato. E poi la mattina dopo è stato davvero un piacere svegliarsi per fare colazione.

crostata frutti di bosco

marmellata di primavera

Il tarassaco comune (Taraxacum officinale) comunemente detto anche dente di leone, cicoria selvatica, radicchio di campo o pissacan in dialetto veneto, è un classico primaverile. I suoi fiori gialli in questo periodo si vedono ovunque, che sia un prato in collina o una aiuola spartitraffico in città; si vedono anche intere comitive di cercatori che si portano dietro enormi sporte per la raccolta delle foglie di questa pianta, che saranno poi messe “in tecia” come da tradizione. Ma non sono solo le foglie verdi e amarognole ad essere appetibili…noi questa volta ci siamo concentrati sui fiori, quei batuffoli gialli un po’ sempliciotti, che ad annusarli ti viene il mal di testa. Abbiamo scoperto che se ne può ricavare una composta dolce molto aromatica, e dato che ne avevamo l’orto pieno ne abbiamo approfittato: dopo la raccolta li abbiamo fatti riposare 48 ore, bolliti, filtrati e nuovamente fatti bollire con lo zucchero di canna…Il risultato è molto simile a un miele di castagno come colore e consistenza, il gusto dello zucchero di canna è forte, ma si accompagna bene con quello non troppo grazioso del fiore. Per ora l’abbiamo provata sul pane tostato (buona, ancora meglio con un velo di burro), ma ne abbiamo altri 4 vasetti quindi…prima o poi ne riparleremo!

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